
Epstein e Clinton: “Il presidente sbagliava”
Altro punto sensibile: secondo il racconto pubblicato, Wiles dice che non ci sono prove a sostegno dell’accusa di Trump secondo cui Bill Clinton avrebbe visitato l’isola privata di Jeffrey Epstein, arrivando a riconoscere che su questo il presidente «si sbagliava». È uno dei rari passaggi in cui la capo di gabinetto contraddice frontalmente un’affermazione del presidente su un tema così sensibile.
Le stilettate su Vance, Musk, Bondi e Vought
Wiles non risparmia neanche gli interni. Definisce J.D. Vance un «complottista» di lungo corso e suggerisce che la sua evoluzione da critico di Trump ad alleato sia stata «politica». Il vicepresidente ha poi reagito pubblicamente minimizzando e difendendo la lealtà della donna. Elon Musk, invece, è un «tipo strano», un «consumatore dichiarato di ketamina», aggiungendo che l’operazione di tagli che ha investito la Usaid l’aveva lasciata «sgomenta». E sull’Attorney General Pam Bondi, Wiles sostiene che abbia «completamente toppato» la gestione del dossier Epstein, parlando di raccoglitori consegnati a influencer conservatori «pieni di niente» e della famosa «client list» che, nella sua versione, non esisterebbe affatto. Nel quadro entra anche Russell Vought, indicato come co-autore del blueprint Project 2025 e a capo dell’Office of Management and Budget, descritto da Wiles come un «integralista» della destra.
Deportazioni, grazie e dazi
Le interviste non sono solo un catalogo di giudizi personali. Wiles racconta più volte di non essere riuscita a far passare le proprie raccomandazioni. Sulle deportazioni, dice che l’amministrazione dovrebbe «guardare più a fondo» per evitare errori. Sui condoni, afferma di aver consigliato a Trump di non graziare i responsabili più violenti dell’assalto del 6 gennaio 2021, senza successo. E sui dazi, descrive una «enorme» spaccatura tra consiglieri e sostiene di aver provato a far rinviare annunci rilevanti.
Il Venezuela
Uno dei passaggi più delicati riguarda il Venezuela. Wiles lascia intendere che la campagna di attacchi contro imbarcazioni, presentata ufficialmente come antidroga, sia parte di una pressione politica per piegare Nicolás Maduro, con l’idea di «continuare» finché non cederà. Allo stesso tempo, riconosce che eventuali azioni militari dirette contro Caracas richiederebbero un passaggio con il Congresso, richiamando un limite istituzionale che contrasta con l’immagine di un presidente convinto di poter fare qualunque cosa.
Perché adesso
L’eco a Washington è stata immediata. Diversi resoconti raccontano di staff e alleati «sotto shock», con la storia che rimbalza nelle chat e una domanda che si ripete: perché Wiles, considerata una stratega prudente e abituata al basso profilo, avrebbe accettato conversazioni tanto ampie e potenzialmente esplosive? Nelle ore successive si è parlato di possibili fraintendimenti con il giornalista su cosa fosse “on the record”, di una scelta calcolata o, al contrario, di un errore di gestione.






