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Home » Spesa sanitaria privata: il conto più salato per le famiglie fragili e povere impone di rifondare il sistema dell’assistenza
Salute

Spesa sanitaria privata: il conto più salato per le famiglie fragili e povere impone di rifondare il sistema dell’assistenza

Sala NotizieBy Sala Notizie21 Gennaio 20264 Mins Read
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Spesa sanitaria privata: il conto più salato  per le famiglie fragili e povere impone di rifondare il sistema dell’assistenza
Spesa sanitaria privata: il conto più salato  per le famiglie fragili e povere impone di rifondare il sistema dell’assistenza

Una sanità più equa passa dalla piena integrazione tra salute e welfare: non è uno slogan ma è la rotta tracciata – a partire dall’analisi di 40 anni di dati – dal 21mo Rapporto Sanità del Crea, il Centro per la ricerca economica applicata in sanità, che lancia un vero e proprio appello per un cambio di paradigma nelle politiche, capace di tenere insieme sanità e welfare. E di contrastare la spesa privata per la salute che pesa soprattutto sulle famiglie più povere e fragili, a dispetto dei criteri di equità e inclusione. Un appello che arriva nel giorno in cui la Ragioneria Generale dello Stato certifica 46 miliardi di euro pagati direttamente di tasca propria dalle famiglie, a un ritmo del 7,7%, per pagare visite ed esami.

Non basta mettere soldi

«Non si tratta tanto e soltanto di aggiungere risorse che comunque non presentano margini di ampliamento risolutivi e non riuscirebbero a colmare il gap con gli altri Paesi europei – avvisa il coordinatore Federico Spandonaro in occasione della presentazione del Rapporto a Roma nella sede del Cnel – quanto di mettere in piedi con una sorta di Costituente che tenga insieme tutte la parti politiche un Sistema salute integrato, che includa i bisogni sanitari e sociali». Un’istanza accolta in pieno dal presidente del Cnel Renato Brunetta: «Magari si formasse un momento costituente -ha detto : siamo nel mezzo di una serie di transizioni da quella demografica con la longevità che sta cambiando l’organizzazione economica e sociale a quella tecnologica a quella geopolitica, tali da avere effetti che cambiano i paradigmi che sono stati validi fino a oggi».

Per il nostro Servizio sanitario nazionale, nato nell’ormai lontanissimo 1978 (legge 833/78) quando la struttura demografica della popolazione, i bisogni sanitari e l’innovazione tecnologica erano nettamente differenti da oggi, si tratterebbe quindi di affrontare non una manutenzione ma una trasformazione fin dalle basi e con un approccio OneHealth cioè di salute in tutte le politiche incluse quelle industriali che riveda il meccanismo del welfare nel Paese. La richiesta del Crea parte proprio dai dati che mettono in crisi le promesse di equità, efficienza e risposta ai bisogni della popolazione. Principi “sacrosanti” e che vanno mantenuti alla base della sanità pubblica ma purtroppo disattesi se è vero, come emerge dall’analisi dettagliata condotta quest’anno dal Crea sugli ultimi quaranta anni di storia sanitaria italiana, che a pagare un conto salatissimo sono oggi più che mai le fasce fragili della popolazione, cioè i meno abbienti, le famiglie più numerose, gli anziani e chi vive al Sud Italia.

Federalismo “scagionato”

Ma se la frattura tra Settentrione e Meridione resta purtroppo plasticamente confermata malgrado gli avvicinamenti progressivi e i piani di rientro, gli esperti del Crea scagionano il federalismo sanitario: il mancato rispetto delle promesse della sanità pubblica con una “privatizzazione strisciante” della tutela sanitaria che ha aumentato il carico sulle spalle delle famiglie sarebbe partito nel decennio precedente: l’84% dell’incremento del numero di famiglie soggette a spesa sanitarie private si è accumulato negli anni Novanta e in quel decennio la spesa pubblica è aumentata del 4,4% medio annuo (+0,8% in termini reali) mentre quella privata più del doppio (+10,7%). Dopo gli anni 2000 quindi dopo la riforma che ha portato il Federalismo sanitario, la spesa pubblica e quella provata sono cresciute allo stesso ritmo: +2,7% medio annuo pari al +0,7% in termini reali. Un effetto positivo che poi si è dovuto scontrare con la crisi economica e con la crescita minima del Pil del Paese.

La spesa delle famiglie

Rispetto agli anni Ottanta la quota di famiglie che spende privatamente per la sanità è aumentata dal 50,8% al 70%, in barba alla “promessa” di una copertura universale e globale dei bisogni di salute, intrinseca alla istituzione del Servizio sanitario nazionale. Una spesa che si è impennata soprattutto nel decennio successivo per poi crescere allo stesso ritmo dopo il 2000 ma con una crescita del numero di famiglie che spendono privatamente che va in parallelo con quella della spesa: l’incidenza dei consumi sanitari sui bilanci dei nuclei è più che raddoppiata, raggiungendo in media il 4,3% e toccando però il 6,8% per quelle meno istruite. Il prezzo più alto lo pagano le famiglie meno abbienti: la quota di spesa privata sostenuta dal 60% delle famiglie con minore possibilità economica è infatti cresciuta dal 27,6% al 37,6%. Il peggioramento dei livelli di equità sarebbe l’effetto più drammatico delle “forme di razionamento implicito” a cui il Ssn ha dovuto ricorrere per garantire la propria sostenibilità finanziaria malgrado la scelta di “aziendalizzare” la sanità, «sostanzialmente fallita nei suoi intenti», osserva Spandonaro.

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