
Un taglio, con grande prudenza. La decisione di dicembre del Comitato di politica monetaria della Fed, il Fomc (Federal Open Market Committee) è in realtà passata, nelle valutazioni incorporate nelle quotazioni di mercato, da una probabilità del 30% di un nuovo taglio dei Fed Funds Rate – al 3,50-3,75%, dal 3,75-4% – fino al 100%, secondo le stime di Thomas Simons e Michael Bacolas di Jefferies.
Una decisione a maggioranza
Anche Simons e Bacolas, come molti altri, ritengono però che i nuovi, pochi, dati non hanno aggiunto molto al quadro complessivo: sanno per esempio che – a giudicare dalle dichiarazioni pubbliche – i dissenzienti, favorevoli a mantenere fermo il costo del credito ufficiale, sembravano poter essere quattro o cinque solo pochi giorni fa; e che poi alcune posizioni si sono smussate. Possibile in ogni caso – se ne può dedurre – una decisione a maggioranza, con almeno due componenti contrari a un taglio e due favorevoli, come a ottobre, a un taglio più incisivo.
Una decisione «non scontata»
A settembre i “dots”, i punti che in un grafico indicano le previsioni sul costo ufficiale del credito dei singoli componenti del Fomc, esprimevano una mediana di 3,625%, corrispondente quindi a un altro taglio per fine anno. Il presidente della Fed, Jerome Powell aveva però spiegato che un nuovo calo del costo del credito «non è niente affatto scontata». La riunione di dicembre sarà accompagnata da una nuova rilevazione delle attese sui tassi, per i prossimi anni; ma il ritardo nella pubblicazione dei dati macroeconomici, peraltro non decisivi, a causa dello shutdown rende gli scenari molto indefiniti.
Aspettative di lungo periodo stabili
I numeri dicono poco di nuovo. Le aspettative di inflazione di lungo periodo misurate sui mercati sono ormai stabili da tempo, comprese tra il 2,2 e il 2,3%, livelli non del tutto rassicuranti ma che segnano netti progressi rispetto al passato. Qualche inquietudine in più possono ispirare le aspettative a un anno misurate con un sondaggio dall’University of Michigan: ferme a ottobre – almeno quelle di pubblico dominio – puntano ancora al 4,6%, ma potrebbero risentire dell’effetto one off, una tantum, dei dazi, che non è ancora svanito.
Inflazione moderatamente elevata
L’inflazione resta peraltro più elevata del desiderabile: l’indice Pce (Personal consumpion expenditures), di riferimento per la Fed, puntava a settembre ancora a un sostenuto 2,8%, in rialzo dal 2,7% di agosto, dal 2,6% di luglio e dal 2,3% di aprile. Allo stesso livello anche l’indice core, che dopo essere sceso in primavera al 2,6%, continua a oscillare tra il 2,8 e il 2,9 per cento. Solo le analisi di dettaglio della Fed possono forse individuare quanto sia effetto dei dazi – che negli Usa rappresentano uno shock sul lato dell’offerta, da ignorare se non hanno impatto sulle aspettative – e quanta sia inflazione “autentica” da contrastare








