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Home » Per i prodotti d’investimento agevolati non bastano i benefici fiscali, serve semplicità
Finanza

Per i prodotti d’investimento agevolati non bastano i benefici fiscali, serve semplicità

Sala NotizieBy Sala Notizie22 Giugno 20263 Mins Read
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Per i prodotti d’investimento agevolati non bastano i benefici fiscali, serve semplicità
Per i prodotti d’investimento agevolati non bastano i benefici fiscali, serve semplicità

Le famiglie europee detengono una ricchezza privata di dimensioni ragguardevoli, eppure continuano a mostrare una marcata preferenza per un’allocazione conservativa: ben il 31% delle loro attività finanziarie è rappresentato da moneta e depositi, contro appena il 14% degli Stati Uniti. Parallelamente, la quota destinata agli strumenti azionari si ferma al 37% nei portafogli europei contro il 47% di quelli statunitensi. Questa tendenza è ancora più pronunciata in Italia, dove i portafogli mantengono il 27,7% della ricchezza sotto forma di liquidità e depositi (il doppio rispetto al 13,5% della Svezia) e la partecipazione azionaria diretta si limita a un modesto 6,4 per cento, lontanissima dal 18,7% registrato nel Regno Unito. Questo persistente “equity gap” frena severamente l’accumulo patrimoniale, traducendosi per i risparmiatori italiani in un costo opportunità stimato tra 1,2 e 1,8 punti percentuali di rendimento reale perso all’anno nel corso dell’ultimo ventennio.

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

Ad analizzare questa situazione il rapporto 2026 di Università Bocconi ed Equita e Centro Baffi dal titolo: «Retail investments in Europe – Composizione della ricchezza; ruolo e uso di ISA, ISK, PEA, PIR». Il rapporto esamina anche gli strumenti adottati dai governi europei per correggere questa traiettoria, anche attraverso la fiscalità agevolata. Lo studio però evidenzia come la sola agevolazione fiscale non basta per mobilitare davvero i risparmi delle famiglie. Ridurre il carico tributario è una condizione necessaria, ma il successo di questi piani è determinato dalla loro semplicità, flessibilità e capacità di rimuovere gli ostacoli pratici e psicologici. Gli strumenti che falliscono o che attraggono solo pochi capitali sono tipicamente quelli «strutturati inseguendo espliciti obiettivi di politica industriale» (come finanziare obbligatoriamente le piccole imprese nazionali), imponendo vincoli rigidi e complessi. L’azzeramento della burocrazia, la totale libertà di prelievo e la possibilità di diversificare contano molto più della mera percentuale di sconto fiscale, poiché i conti di investimento devono essere progettati sui comportamenti reali delle persone, non solo sulle necessità dei mercati.

Questa dinamica emerge limpidamente analizzando i piani proposti dai diversi Paesi, a partire dall’Italia con i Piani Individuali di Risparmio (Pir). Introdotti nel 2017, i Pir sono lo strumento con l’incentivo teoricamente più generoso, offrendo la totale esenzione dalle imposte sui redditi e sulle successioni. Tuttavia, per ottenere il beneficio, impongono una permanenza minima di cinque anni e obbligano a investire il 70% in aziende italiane, con quote stringenti sulle piccole capitalizzazioni. Questa eccessiva complessità e l’alto rischio di concentrazione hanno prodotto, secondo gli autori, una scarsa diffusione: l’adozione sfiora appena l’1,5% della popolazione adulta, raccogliendo in tutto lo 0,5% della ricchezza finanziaria.

Un percorso simile caratterizza il Plan d’Épargne en Actions (Pea) francese, nato nel 1992. Il Pea consente versamenti generosi (fino a 225.000 euro per la versione Pmi) ed esenta dalle tasse sulle plusvalenze dopo cinque anni, trattenendo solo i contributi sociali. Raggiunge un’adozione più discreta, pari al 13,4%, ma rimane frenato dall’obbligo di investire per il 75% solo nell’area europea e dalla formidabile concorrenza dell’assicurazione sulla vita transalpina.

All’estremo opposto si collocano i modelli nordico e anglosassone, che invece hanno puntato sulla semplicità comportamentale. Nel Regno Unito, gli Individual Savings Accounts (Isa) attivi dal 1999 azzerano del tutto le imposte su redditi e plusvalenze con un tetto annuo di 20.000 sterline, ma soprattutto «non impongono vincoli geografici né di durata»: i soldi possono essere prelevati liberamente in ogni momento. Questa estrema flessibilità li ha portati nelle case del 39,2% degli adulti britannici, raccogliendo il 19,5% della ricchezza finanziaria.

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