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Home » «Oncologi di comunità»: fuori dagli ospedali per garantire cure continue a 3,7 mln di pazienti
Salute

«Oncologi di comunità»: fuori dagli ospedali per garantire cure continue a 3,7 mln di pazienti

Sala NotizieBy Sala Notizie13 Marzo 20267 Mins Read
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«Oncologi di comunità»: fuori dagli ospedali  per garantire cure continue a 3,7 mln di pazienti
«Oncologi di comunità»: fuori dagli ospedali  per garantire cure continue a 3,7 mln di pazienti

La vita di milioni di donne in prima battuta e più in generale di milioni di pazienti nel mondo trasformata dall’intuizione che esattamente cinquant’anni fa ebbe il medico milanese Gianni Bonadonna. Il quale, in sinergia con i colleghi statunitensi e forte dell’esperienza al Memorial Sloan-Kettering Centre di New York, introdusse il “salto” dalla logica del bisturi – seguita fino ad allora per rimuovere un tumore – a quella farmacologica. E’ questa svolta storica che ha portato in Italia alla nascita dell’oncologia medica e, oggi, a trattare la malattia con oltre 300 molecole diverse, tra chemioterapici, terapie ormonali, farmaci a bersaglio molecolare e immunoterapici. Risultato: la profonda trasformazione della patologia tumorale – che da acuta è andata sempre più cronicizzandosi – con una domanda di prestazioni da parte dei pazienti che esige risposte aggiornate e appropriate. In termini di modelli organizzativi, di setting assistenziali e di professionalità coinvolte ma sempre tenendo la barra dritta sulla relazione terapeutica che è il primo ingrediente della cura. E allora le parole d’ordine diventano integrazione tra ospedale e territorio, percorsi finalmente sfrondati dalla burocrazia e innovazione organizzativa e clinica a portata di paziente. Queste le indicazioni che arrivano dagli oncologi medici ospedalieri, riuniti per il XXX congresso a Roma.

In un francobollo 50 anni di cura

All’innovazione dirompente – avviata ufficialmente con la pubblicazione nel 1976 sul New England Journal of Medicine dello studio di Bonadonna che introdusse i primi schemi di chemioterapia combinata nel trattamento adiuvante, cioè somministrato dopo l’intervento chirurgico per ridurre il rischio di recidiva del tumore al seno – che il Collegio italiano dei primari di Oncologia medica (Cipomo) ha deciso di dedicare un francobollo celebrativo. Perché quel lavoro, spiegano gli specialisti, era “destinato a diventare riferimento internazionale e a segnare un passaggio metodologico decisivo: dimostrare la natura sistemica dei tumori e la possibilità concreta di ridurre le recidive aprendo per molte pazienti la possibilità una prospettiva di guarigione definitiva”. L’annullo personalizzato del Congresso riporta la dicitura Cipomo 1996-2026, a sottolineare i 30 anni dalla fondazione del Collegio, nato per favorire il trasferimento dei risultati della ricerca nella pratica clinica.

Un ponte sul futuro

«Che un trattamento medico potesse curare e guarire delle donne che venivano sottoposte a chirurgia, è stata una vera e propria rivoluzione di cui dobbiamo ringraziare Bonadonna – e con lui Veronesi – che ha trasformato l’Istituto nazionale dei tumori di Milano in un faro mondiale», sottolinea il presidente del congresso Carlo Garufi, direttore dell’Oncologia medica al San Camillo Forlanini di Roma. «Oggi sappiamo che le probabilità di guarigione per molte neoplasie sono del 50% se non di più. Nel 1996 a vent’anni da quella svolta è nato il Cipomo, a rappresentare la branca che è la colonna vertebrale dell’oncologia medica italiana, dalla quale tutti i giorni milioni di persone vengono trattate. Basti pensare – prosegue – che in Italia ci sono circa 390mila nuove diagnosi di cancro l’anno a cui si aggiungono le centinaia di migliaia di pazienti che sono stati trattati in precedenza. E abbiamo la nuova popolazione dei guariti: le loro esigenze comportano un approccio completamente nuovo. Per questo – avvisa ancora Garufi – il nostro congresso getta un ponte tra l’oncologia di ieri e tutte le sfide che ci attendono: dalla riduzione del carico di burocrazia che grava sui medici, per ampliare il tempo di cura fondamentale nella relazione con il paziente, alla necessaria valorizzazione della sinergia con il territorio dove vanno costruiti percorsi adeguati che includano a pieno titolo il medico di medicina generale e le case di comunità. Una sfera di presa in carico che oggi è totalmente assente, perché ancora oggi l’oncologia è ospedalocentrica».

Metà del tempo in “scartoffie”

Moduli da compilare, schede Aifa, dati anagrafici, appuntamenti per esami successivi: la prima visita oncologica che dovrebbe far scattare e valorizzare l’alleanza terapeutica con il paziente (e con il caregiver) è assorbita per il 50% dal carico burocratico. Le attività amministrative infatti “rubano” circa 19 delle 38 ore lavorative settimanali degli oncologi. Che però considerano ben il 90% di queste incombenze come delegabili. La fotografia scattata su 24 reparti di 12 Regioni dal gruppo di lavoro Cipomo sulla deburocratizzazione guidato dalla past president Luisa Fioretto – presentata a Roma al lancio della partnership con il Gruppo di advocacy “La salute un bene da difendere, un diritto da promuovere” – è l’occasione per chiedere alle istituzioni di battere un colpo. Semplificare e standardizzare le procedure, a fronte di un fai-da-te che varia da ospedale a ospedale, sono le due istanze degli oncologi. Ma siamo lontani, perché tecnologie, fascicolo sanitario elettronico e uso dell’Intelligenza artificiale segnano ancora il passo. Così come del resto un’organizzazione aziendale ancora inadeguata, che richiederebbe – avvisano dal Cipomo – di formare o arruolare ex novo figure non mediche di supporto: infermieri, Oss o volontari. «Il valore clinico della visita oncologica resta centrale e insostituibile: va protetta – spiega Luisa Fioretto – perché è un momento ad alta intensità clinica, non comprimibile e non delegabile. Per questo, ripensarne l’organizzazione è una priorità di sistema. Dobbiamo separare la raccolta dati dalla loro validazione clinica. Il medico deve validare informazioni già strutturate, non inserirle manualmente durante la visita. Questo significa introdurre checklist uniche pre-visita, strumenti di pre-compilazione digitale e processi chiari prima dell’accesso in ambulatorio. Servono inoltre strumenti digitali interoperabili, identificati e adottati a livello nazionale, con una chiara valutazione di tempi, costi e impatto organizzativo».

Oncologi «di comunità»

Oncologi nelle case di comunità, quindi operativi sul territorio in piena sinergia con tutte le figure professionali che da sempre lo abitano, dai medici di famiglia agli specialisti ambulatoriali. Davanti ai 3,7 milioni di persone che in Italia convivono con una diagnosi di cancro – numero che aumenta dell’1,5-2% ogni anno – e considerando che una diversa organizzazione dell’assistenza consentirebbe a ogni paziente di risparmiare circa 150 chilometri l’anno, far decollare finalmente l’assistenza integrata «è una sfida che non si può perdere», spiega il presidente Cipomo Paolo Tralongo. Da qui il “patto” del Collegio dei primari in oncologia con la Federazione degli ordini dei medici (Fnomceo): ne è nata una proposta in cinque punti, condivisa con i medici di famiglia e con gli specialisti ambulatoriali (dei sindacati Fimmg e Sumai) per essere presentata a ministero della Salute e Agenzia per i servizi sanitari regionali (Agenas).
La ricetta si compone di cinque leve: dalla “governance unica” delle reti oncologiche, affidata a una cabina di regia regionale responsabile dell’intero percorso assistenziale, con standard omogenei e monitoraggio degli esiti, a Pdta (percorsi diagnostico terapeutici assistenziali) vincolanti, con tempi e responsabilità chiaramente definiti. E ancora, dalla piena integrazione del medico di medicina generale con accesso alla cartella clinica oncologica unica e ruolo attivo nel follow-up e nella gestione delle problematiche minori a piani di cura (Care Plan) strutturati per i lungo-sopravviventi, in cui siano definiti follow-up, prevenzione, gestione degli effetti tardivi e servizi di supporto. In questo quadro, l’oncologo diventa “transmurale”: una figura-ponte tra ospedale e territorio, attiva anche nelle case e negli Ospedali di comunità. «Siamo in transito, non solo in Italia ma nel mondo – conclude Tralongo – e la sfida è non perdere i pazienti in questa transizione. Questo è il primo documento che porta la firma anche dei medici di base che chiedono di essere formati e su questo noi oncologi ci impegneremo. Oggi che la malattia vede cambiare la propria storia naturale cronicizzandoci, il sistema migliore per assistere il paziente in oncologia è il duo ospedale-territorio e chiediamo alle istituzioni di muoverci».

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