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Home » La privatizzazione dell’acqua in Europa: un fenomeno in crescita
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La privatizzazione dell’acqua in Europa: un fenomeno in crescita

Sala NotizieBy Sala Notizie12 Febbraio 20264 Mins Read
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La privatizzazione dell’acqua in Europa: un fenomeno in crescita
La privatizzazione dell’acqua in Europa: un fenomeno in crescita

L’acqua? Pubblica, ma a gestione industriale. Con società esterne a totale controllo pubblico oppure con altre formule in cui ci sono aziende che sono controllate per la maggioranza dal pubblico ma di cui fanno parte anche soci di minoranza privati. È un mondo variegato quello che riguarda la gestione del settore idrico integrato. Ossia la risorsa acqua nel suo complesso. Perché quella che arriva nelle case, nelle aziende e nelle fontanelle, prima essere messa in rete deve passare attraverso un processo di controllo e potabilizzazione.

Il punto del referendum del 2011

«Sia chiaro, l’acqua, come è stato detto nel referendum del 2011 quando abbiamo votato tutti, è pubblica – premette Ilvo Sorrentino, responsabile nazionale della Filctem Cgil -, ma questo non vuol dire comunque che debba essere gratis a prescindere, anche perché dietro quella che arriva ogni giorno c’è un sistema di servizi e costi che riguardano la potabilizzazione, la gestione delle reti, il controllo degli invasi e degli acquedotti». Proprio per questo motivo c’è la questione delle tariffe: «I gestori fanno pagare i costi per far sì che l’acqua arrivi nelle case e si renda un servizio efficiente».

C’è poi il caso Italia: «Il nostro paese è al primo posto nel quadro dell’UE per volumi di acqua prelevata per uso potabile, con circa 150metri cubi per abitante l’anno – argomenta-. Purtroppo però su circa 8 miliardi di metri cubi di di acqua immessa in rete 3,4 miliardi di metri cubi si disperdono: il 42,2% del totale. Per questo motivo è necessario che a monte ci sia una gestione industriale che metta assieme il servizio, la programmazione e la pianificazione degli interventi». Non meno importante un altro aspetto che «molto spesso non viene preso in considerazione»: nei costi del servizio idrico sono comprese anche le tariffe che riguardano lo smaltimento delle acque nere. «Anche questa attività ha un costo importante – continua ancora Sorrentino – non dobbiamo poi dimenticare che il 13% delle persone, 7 milioni, non è allacciato alla rete fognaria».

Una gestione differente

Oggi la gestione del servizio non è uguale ovunque. A rimarcarlo è anche il rapporto annuale della Fondazione Utilitas con il supporto di Utilitalia e altre istituzioni, intitolato Blue Book 2025 servizio idrico integrato e filiera estesa dell’acqua, secondo cui «solo il 54% della popolazione vive in territori in cui il servizio idrico integrato è affidato a un unico gestore, senza gestioni dirette da parte dei comuni». Non solo, «il restante 46% risiede in aree dove la governance del servizio è ancora frammentata o non del tutto consolidata. Tra questi, circa sette milioni di abitanti, pari al 12% della popolazione, sono serviti da gestioni in economia, ovvero gestite direttamente dai comuni, spesso con standard e investimenti inferiori rispetto agli operatori industriali». Le criticità si concentrano soprattutto al Sud e nelle Isole, dove vive l’82% dei comuni non ancora raggiunti da una gestione industriale.

Le diverse gestioni

Ci sono poi le diverse opzioni di gestione. Un esempio? «Pensiamo a Roma, il servizio viene garantito da Acea che è controllata per il 51% dal pubblico e per il resto da altri soci – aggiunge ancora Ilvo Sorrentino -, ma la maggioranza è pubblica. Inoltre la sua organizzazione industriale permette di portare avanti le attività che vanno dalla garanzia del servizio alla riparazione delle perdite in strada sino alla programmazione degli interventi». Ossia la cosiddetta progettazione a lungo termine. Che riguarda lo studio di soluzioni per evitare di lasciare a secco città o territori. «Nel Lazio si lavora a una serie di interventi – aggiunge – proprio per evitare che possa succedere qualcosa di simile». La partecipazione dei privati alla gestione della risorsa idrica, a sentire il sindacalista, non deve essere vista come una privatizzazione. «Solo una gestione industriale dell’intero sistema – aggiunge – permette di progettare e programmare, anche se le difficoltà non mancano». Da qui un’apertura verso la formula cosiddetta ibrida con l’ingresso dei privati o, comunque, la gestione dell’intera partita a società controllate dal pubblico ma esterne. Come avviene in Sardegna, dove a gestire il servizio idrico è Abbanoa, società con soci pubblici ma di diritto privato. «Si tratta di un’azienda che può vincere la sfida per dare alla Sardegna la gestione dell’acqua interamente in mani pubbliche. A piccoli passi sta diventando una società di tutto rispetto con un cambio di passo deciso». Quanto alla privatizzazione: «La nostra posizione è sempre stata questa – sottolinea-: mai la gestione dell’acqua in mani della speculazione dei privati. Ci siamo messi sin da subito a disposizione per arrivare a questo traguardo».

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