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Home » G7: Trump trionfa, Macron vince, Meloni ricuce. Ma il convitato di pietra è Xi
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G7: Trump trionfa, Macron vince, Meloni ricuce. Ma il convitato di pietra è Xi

Sala NotizieBy Sala Notizie18 Giugno 20264 Mins Read
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G7: Trump trionfa, Macron vince, Meloni ricuce. Ma il convitato di pietra è Xi

«I am the boss». All’ultimo giorno del G7 di Évian-les-Bains, è Donald Trump ad autoincoronarsi trionfatore assoluto del vertice. Trionfatore lo è nei fatti, essendosi fatto precedere dall’annuncio del primo accordo tra Usa e Iran, ma ha potuto contare sull’aiuto dirimente di Emmanuel Macron, l’altro vincitore che lo ha blandito offrendogli la reggia di Versailles per celebrare i suoi ottant’anni all’insegna dei fasti tanto amati dal tycoon e incassando, senza cadere nella provocazione, il colpo dei nuovi dazi su vini e champagne anticipati dal presidente americano prima di arrivare sulle rive del lago Lemano. Grandeur e savoir faire: l’arte della diplomazia ha colpito ancora. In mezzo si accontenta Giorgia Meloni: la premier italiana può rientrare a Roma soddisfatta, festeggiando il doppio disgelo con entrambi dopo settimane di incomprensioni.

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

Dalla panchina di Kananaskis al divan0 dell’Hotel Royal

Visto dall’Italia, è questo il risultato principale. Un bilaterale ufficiale con Trump avrebbe potuto sancire la distensione totale dopo gli attacchi del presidente a Meloni e al Papa e il gelo calato nelle relazioni tra Roma e Washington. Ma le occasioni per un confronto «serio» sulle sfide dei prossimi mesi, come lo ha definito la premier, non sono mancate, assieme alle battute. Un clima leggero che ha permesso alla presidente del Consiglio di parlare di «rapporto immutato». E pazienza se dal celebre colloquio sulla panchina di legno del G7 canadese di Kananaskis alla conversazione immortalata su un divano dell’hotel Royal di Évian la relazione non sia più così “speciale”. Poteva andare molto peggio. E l’aver dismesso i panni di pontiera e interlocutrice privilegiata del tycoon, inviso anche all’opinione pubblica italiana, può perfino tornare utile a Meloni in chiave elettorale.

Macron e il merito di una medaglia non scontata

Indiscutibile la vittoria di Macron: è riuscito nell’impresa di trasformare un G7 potenzialmente esplosivo, funestato dalle policrisi, nel primo vero momento di ritrovata sintonia tra i leader delle sette grandi economie mondiali. Ricompattandole su questioni chiave, dall’Ucraina (contro Putin) al Medio Oriente, dai minerali critici alla lotta agli squilibri macroeconomici globali, dell’intelligenza artificiale alle migrazioni. Una compattezza che permette a Meloni (che tornerà faccia a faccia con il presidente francese al bilaterale Italia-Francia in programma il 25 giugno ad Antibes) di tornare a rivendicare l’importanza dell’«unità dell’Occidente», il mantra che ha accompagnato la sua politica estera anche nei momenti più difficili della lite con Trump. Che resta comunque il leader supremo, a fare e disfare a suo piacimento. Prima il disordine – con i dazi, le minacce alla Groenlandia, la destituzione di Maduro in Venezuela e ancora di più la guerra in Iran sferrata con Israele senza neppure degnarsi di avvisare gli alleati europei e Nato – e poi di nuovo una parvenza di ordine.

Zelensky e il rischio “vittoria di Pirro”

La dichiarazione congiunta sul sostegno a Kiev sancisce il ritorno dell’attenzione degli Stati Uniti sull’Ucraina. Una conquista netta per il presidente Volodymyr Zelensky, che aveva denunciato il disimpegno Usa, in particolare dopo il divampare del conflitto nel Golfo. Il leader ottiene l’unità del G7 contro Vladimir Putin e la sua chiusura al negoziato per la pace (quindi il tentativo di blindare la posizione contro eventuali cedimenti di Trump verso il presidente russo), ma sa che la vittoria potrebbe essere di Pirro. Non a caso via social ha consegnato il suo messaggio: «È fondamentale che tutto ciò di cui si è discusso venga messo in pratica». Alle parole devono seguire i fatti.

I moniti a Israele

Allo spettro opposto si muove il premier israeliano Benjamin Netanyahu, strigliato più volte da Trump nell’ultima settimana e destinatario di molte frecciate dalla Francia: i Sette temono che sia il suo Governo a «mettere a repentaglio» (Meloni dixit) l’intesa tra Washington e Teheran. Condannano le incursioni in Libano. Lo considerano una variabile impazzita, soprattutto perché in campagna elettorale potrebbe soccombere all’ala più violenta del suo Esecutivo, Ben-Gvir in testa. Mandando a monte il lavoro di Trump e la riapertura dello Stretto di Hormuz.

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