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Home » Farmindustria: con la guerra impennata dei costi, a rischio anche i farmaci
Salute

Farmindustria: con la guerra impennata dei costi, a rischio anche i farmaci

Sala NotizieBy Sala Notizie14 Aprile 20264 Mins Read
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Farmindustria: con la guerra impennata dei costi, a rischio anche i farmaci
Farmindustria: con la guerra impennata dei costi, a rischio anche i farmaci

La guerra in Iran sta determinando il terzo shock in 4 anni (dopo Ucraina e crisi del Mar Rosso) che colpisce simultaneamente logistica, energia e i costi di tutti i fattori di produzione. Con proiezioni di aumenti totali di oltre il 20% a carico dell’industria, da sommare all’incremento del 30% dal 2021 a oggi che, in un sistema di prezzi amministrati, ricadono interamente sulle aziende. È il presidente di Farmindustria, Marcello Cattani, a tirare le prime somme della crisi del golfo che sta mettendo a rischio anche la sostenibilità della produzione farmaceutica. “I costi dell’alluminio – afferma nel corso di un evento organizzato a Roma in occasione della Giornata del Made in Italy – sono cresciuti del 25% e sono reperibili solo in Cina, India e Australia”. Ma sono in aumento anche i costi degli ingredienti attivi (+15%), vetro e carta (+20%). “Si tratta di fenomeni destinati a durare – continua Cattani – e mentre Usa, Cina, Emirati Arabi, Singapore, Arabia Saudita hanno puntato sull’innovazione e corrono velocemente l’Europa continua a perdere terreno”.

Cattani: bene il governo italiano, bocciato Bruxelles

“Puntare sull’innovazione non è mai stato opzionale e tanto meno lo è adesso – continua Cattani -. Farmindustria ha lanciato un Manifesto per la Ricerca partendo dal presupposto che dove si fa ricerca, si cura meglio. L’obiettivo è proporre azioni concrete per potenziare la ricerca preclinica e clinica in Italia in un settore in cui l’Europa sta purtroppo perdendo terreno a vantaggio di competitor come Usa e Cina”.

Il governo italiano, invece, secondo Cattani “sta facendo bene, sia a livello Ue dove da tempo è in prima linea contro scelte che affossano l’industria sia in Italia dove ha sviluppato un percorso per la competitività, che speriamo possa completarsi con il Testo Unico sulla legislazione farmaceutica, che rappresenta una grande opportunità”. Ora occorre superare “definitivamente il payback, accelerare e migliorare l’accesso alle cure, anche con un nuovo meccanismo di early access”.

Urso: farmaceutica pilastro del Made in Italy

L’industria del farmaco traina l’economia italiana e dà lavoro a 72.200 persone, in aumento del 2% rispetto all’anno precedente. Nel 2025 l’export farmaceutico ha superato i 69 miliardi di euro e la produzione 74 miliardi di euro mentre sono oltre 4 i miliardi di investimenti, in impianti ad alta tecnologia e ricerca e sviluppo. Di questi, oltre 800 milioni sono destinati alla ricerca clinica presso strutture del Servizio sanitario nazionale. L’intervento del ministro dell’Industria e del Made in Italy, Adolfo Urso, parte proprio da questi dati. “L’industria farmaceutica è un pilastro del made in Italy e nell’annus horribilis delle guerre commerciali ha sostenuto l’export con una crescita del 7,2% negli Stati Uniti e consentendo di agganciare il Giappone come quarto paese esportatore” ha detto il ministro, ricordando l’importanza del tavolo convocato al Mimit per farmaceutica e biomedicale “per individuare le strategie per mantenere solida la crescita e intervenire sulle criticità come il payback”. “Siamo già intervenuti in sede europea – ha aggiunto Urso – perché riveda le direttive sulle acque reflue e la proprietà intellettuale”. Per Urso in un contesto globale così complesso, con i principali competitor in crescita “occorre tutelare il mercato europeo dalla concorrenza sleale e realizzare una politica industria sostenibile e capace di incentivare l’innovazione, la ricerca e la competitività delle nostre imprese”.

Aleotti: i rincari una bomba per l’industria

Per Lucia Aleotti, vicepresidente di Confindustria per il Centro Studi, azionista e membro del board di Menarini “i dati del Centro Studi Confindustria proiettano una situazione molto grave per l’economia europea alla luce della crisi del Golfo. Una crescita, che non era già brillante, nel 2025 da 1,5% passerà, se la crisi finirà rapidamente, all’1,1%, parlo di Europa, e solo allo 0,4% se la crisi continuerà”. L’Italia, invece, più esposta, rischia di passare da una crescita che sarebbe stata quest’anno dello 0,7% senza la crisi del Golfo, ad uno scenario addirittura ribaltato di recessione a meno 0,7% se la crisi del Golfo continuerà fino alla fine dell’anno”. E con l’esplosione dei costi energetici, di trasporto, delle materie prime e dei materiali, “una vera bomba per il sistema industriale italiano, è a rischio anche l’approvvigionamento farmaceutico a partire dall’estate”.

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